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Smart Working: il lavoro ai tempi del coronavirus

Smart Working: il lavoro cambia in tempi di emergenze, specie ora con il coronavirus, ma stiamo guardando a una modalità di lavoro del futuro, oppure no?

Che cos'è lo smart working?
Come funziona e come si applica lo smart working?
Quali sono i suoi benefici?
Tiriamo le somme: è davvero efficace lo smart working?
Smart working e coronavirus: cosa dice il decreto?


Con l'arrivo del nuovo coronavirus (COVID-19), e l'esplosione di casi nel nord Italia nelle ultime due settimane, le aziende e le imprese hanno iniziato ad affacciarsi sempre più allo smart working.  Anche definito lavoro agile, o lavoro flessibile: di norma permette al lavoratore di lavorare da casa. Ma cos'è esattamente? Come funziona, e che benefici effettivi può dare al business? Andiamo a scoprirlo.
 

Che cos'è lo smart working?

Lo smart working è una modalità di lavoro senza vincoli di orario o luogo di lavoro, che tramite un accordo tra le parti, il lavoro viene organizzato per cicli e obiettivi, anziché per ore.
 

Il Politecnico di Milano ha definito lo smart working come "ripensare il telelavoro in un’ottica più intelligente, mettere in discussione i tradizionali vincoli legati a luogo e orario lasciando alle persone maggiore autonomia nel definire le modalità di lavoro a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Autonomia, ma anche flessibilità, responsabilizzazione, valorizzazione dei talenti e fiducia diventano i principi chiave di questo nuovo approccio."

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Insomma, smart working sembra sinonimo di autonomia e flessibilità, e non solo: abbiamo solo appena iniziato con le note positive del modo smart di lavorare. Tuttavia c'è da tenere presente che lo smart working non si rivolge ai liberi professionisti, freelencer, o consulenti a partita iva. Perché il lavoro agile richiede una dimensione aziendale per metterlo in pratica.
 

Come funziona e come si applica lo Smart Working?

Come abbiamo appena accennato, lo smart working è inteso come un nuovo modo di lavorare da remoto, che consente di conciliare in serenità le proprie attività personali e la produttività lavorativa. Lavorare da casa con i propri mezzi tecnologici, permette infatti di organizzarsi gli orari lavorativi senza vincoli di alcun tipo.
 

Recuperiamo un attimo la Legge n. 81/2017, che tutela lo smart working e lo disciplina. La normativa vuole garantire un trattamento economico e normativo pari ai colleghi che eseguono prestazioni con modalità tradizionali. Perciò i lavoratori autonomi sono tutelati in caso di infortuni e malattie professionali.

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Per avviare il lavoro agile, è necessario stabilire un accordo tra dipendente e datore di lavoro, che consente a uno di poter lavorare da remoto, e a entrambi di fissare degli obiettivi da seguire. Questo passaggio può essere saltato nel caso in cui vi sia un decreto che spinga temporaneamente all'uso della modalità di lavoro agile, come nell'attuale stato di emergenza del nuovo coronavirus.
 

La legge è poi stata ripresa in mano con la Legge di Bilancio 2019, in cui il datore di lavoro dovrebbe dare priorità alle richieste di madri in maternità, o genitori con figli disabili.
 

Quali sono i suoi benefici?

Di sicuro lo smart working fa un uso intelligente di quella che è oggi l'innovazione digitale, e che giorno dopo giorno continua a fare passi da gigante verso un'autonomia maggiore e un lavoro sempre più responsive: reagisce con le nuove tecnologie e i nuovi lavori che si fanno spazio nel mondo.
 

Parliamo di un concetto di "lavoro all'aperto", dove la creatività di una persona non viene limitata dallo spazio chiuso di un ufficio, e viene stimolata su un nuovo piano. In questo modo il lavoratore ha effettivamente il tempo di riflettere sui propri compiti, e lo responsabilizza da quello che è il suo ruolo. Lavorare da remoto fa comprendere l'importanza di una persona all'interno di un team e dell'ufficio, perciò si parla di responsabilizzare il lavoratore.
 

Tiriamo le somme: è davvero efficace lo smart working?

Vogliamo parlare di numeri? Ebbene, secondo i dati dell'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, l'adozione dello smart working può produrre per l'impresa una crescita della produttività pari al 15% per lavoratore. Considerato che i lavoratori che potrebbero fare smart working sono circa 5 milioni in tutta Italia, si parla di un incremento della produttività media in Italia attorno ai 13,7 miliardi di euro. Dall'altra parte, lo Smart Working favorisce il risparmio delle ore di spostamento, e riduce le emissioni di CO2 nell'aria. Anche solo una giornata da remoto, sostiene l'ambiente e la riduzione di smog.
 

Questo è sicuramente l'anno che metterà più alla prova questo metodo di lavoro. Solo i dati del 2018 e 2019 messi a confronto, vedono un incremento del 20% di lavoratori di imprese che passano allo smart working. Sempre secondo l'Osservatorio Smart Working, il 76% dei coinvolti si ritiene soddisfatto del proprio lavoro, e uno su tre si sente pienamente coinvolto nella realtà in cui opera, rispetto a chi lavora in modalità tradizionale. E, dato non irrilevante, è la crescita motivazionale e del coinvolgimento dei dipendenti.

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Certo, non tutto è rose e fiori. Probabilmente non tutti i lavori sono adatti a poter lavorare da remoto. Le ricerche stimano che in alcune imprese i manager che gestiscono gli smart worker hanno riscontrato problemi nel gestire le urgenze, nell'usare la tecnologia, e nel pianificare le attività. Così come non tutti i lavoratori si ritengono adatti a questa modalità di lavoro.  Alcuni soffrono di isolamento, si distraggono più facilmente in un ambiente diverso dall'ufficio, si sentono in difficoltà con la tecnologia, e riscontrano problemi di comunicazione con i colleghi.
 

Ma come per ogni cosa, la scelta va ponderata e discussa con il lavoratore e il datore di lavoro. Alla fine del 2019, l'Osservatorio ha stimato che l'8% delle PMI ha progettato una struttura Smart Working stabile, sviluppando una cultura orientata ai risultato e all'uso degli strumenti tecnologici adeguata per lavorare da remoto.
 

Smart Working e Coronavirus: cosa dice il decreto?

Si parlava di questo come un possibile periodo proficuo, in cui molte aziende stanno ripiegando allo smart working per prevenire il contagio da coronavirus. Ebbene, nonostante il decreto del 23 febbraio avesse stabilito in via provvisoria che l'adozione della modalità smart working avrebbe terminato nel 15 marzo - per quelle aziende che non hanno mai effettuato accordi per stabilirne le regole - con il DPCM del 1 marzo 2020 si cambia tono. Si parla infatti dell'intera durata dello stato di emergenza relativa al rischio sanitario, che, in relazione alla delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio, si tratta di un periodo pari a sei mesi. L'articolo cita:
 

La modalità di lavoro agile disciplinata dagli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81, può essere applicata, per la durata dello stato di emergenza di cui alla deliberazione del Consiglio dei Ministri 31 gennaio 2020, dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato, nel rispetto dei principi dettati dalle menzionate disposizioni, anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti. Gli obblighi di informativa di cui all’art. 22 della legge 22 maggio 2017, n. 81, sono assolti in via telematica anche ricorrendo alla documentazione resa disponibile sul sito dell’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro.

 

Un'occasione imperdibile per fare i nostri nuovi progetti rivolti allo smart working, e i nostri test per verificarne la sua effettiva efficacia.
 

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